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lunedì 2 aprile 2012

I colori della passione



Non è un film per tutti I colori della passione, eppure dopo il Sundance Film Festival è stato comprato da 54 paesi di cui 47 l’hanno distribuito nei cinema. Ora a questi paesi si è aggiunta anche l’Italia e il regista e artista polacco, Lech Majewski, si chiedeva come mai noi italiani fossimo così stupiti che un film incentrato sulla pittura  – su un singolo quadro, a dire il vero – venisse distribuito in Italia, il paese dove sono nati i più grandi pittori e artisti d’ogni epoca, il paese dove lui sin da ragazzino veniva ad ammirare le opere nei nostri musei. E con un po’ di vergogna, bisogna ammetterlo, gli si è spiegato che qui la cultura “non tira”, non va di moda, e il nostro paese più che un enorme museo sta diventando un gigantesco magazzino dove le opere vengono ammucchiate e lasciate ad ammuffire.
Nonostante questa premessa, I colori della passione rimane un film che non è adatto a tutti. Ispirato al dipinto del 1564 La salita al Calvario, del pittore fiammingo Pieter Bruegel e basato sul libro di Michael Francis Gibson, The Mill and the Cross, il lungometraggio ci fa entrare all’interno del quadro e allo stesso tempo ce lo fa osservare dagli occhi di Brugel mentre lo realizza. Gli oltre 500 personaggi del quadro, inizialmente esplorati da Michael Francis Gibson nel libro The Mill and the Cross da cui Majewski ha tratto il film, si muovono intrecciando le loro storie, o rimangono fermi, pronti ad essere dipinti da uno dei pittori più amati del ’500, e piano piano la storia va avanti, pur non essendo importante, perché allo spettatore interesserà immergersi in quei colori che portano gioia agli occhi.
La pellicola in buona parte delle scene è una serie di dipinti disegnati dallo stesso Majewski, dipinti sui quali si muovono i vari attori, con una telecamera che spesso rimane fissa, immobile, e che ai più giovani farà pensare ai quadri che si vedono in Harry Potter. In altri casi la telecamera riprende in modo naturale, il modo cui siamo abituati, però sullo sfondo è sempre presente un dipinto realizzato da Majewski, che va a creare un aspetto suggestivo e poetico, quasi fosse una favola.
I colori della passione non è un film, è una grande opera d’arte, un’opera che va esplorata piano piano, che bisogna essere consapevoli di andare a vedere. Un’opera lenta, con dialoghi ridotti all’osso per favorire la scenografia e le colonne sonora creata sempre da Majewski. Lo si potrebbe definire un quadro della nostra epoca, e infatti Majewski nella conferenza stampa dirà che i pittori di allora, se fossero nati oggi farebbero film. Non a caso spezzoni del film sono esposti alla Biennale di Venezia e in tutti i musei più importanti del mondo.

I colori della passione
The Mill and the Cross

Regia, sceneggiatura, scenografia, colonna sonora: Lech Majewski
Interpreti: Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling, Joanna Litwin, Marian Makula, Dorota Lis
Durata: ’92
Produzione: Polonia, Svezia, 2011
Distribuzione: CG Home Video, 30 marzo 2012

The lady – L’amore per la libertà


Non importa quale sia il genere di film che preferiate, perché Luc Besson è un regista unico, un regista a cui piace scoprire e cimentarsi con tutto il panorama cinematografico, dai film d’azione con alta dose di adrenalina, ai cartoni animati per bambini. Titoli come Nikita, Il quinto elemento, Taxxi, Arthur e il popolo dei Minimei, The Transporter, sono sicuramente balenati anche davanti agli occhi dello spettatore meno appassionato, e quasi certamente prima o poi quello spettatore scoprirà anche The lady, una di quelle pellicole che si appropria delle cellule del cervello e non le lascia più andare, insomma, uno di quei lungometraggi che rimane in testa come se non avessimo nient’altro a cui pensare.

The lady racconta la storia di Aung San Suu Kyi, una donna birmana costretta a scegliere tra l’amore verso suo marito e i suoi figli e quello per la propria patria. La signora Suu è realmente esistita e, anzi, è ancora viva, ma ha passata gran parte degli ultimi decenni rinchiusa in una casa e allontanata dal contatto con le persone esterne al regime tuttora in carica. Questa donna ha inoltre vinto il premio Nobel per la pace nel 1991, Nobel che non ha fatto che rafforzare nel regime l’idea che dovesse essere isolata dal mondo e così è successo: infatti in molti sanno delle centinaia di migliaia di monaci in rosso che protestarono contro il regime nel 2007 (di cui almeno un decimo vennero sterminati insieme ai loro monasteri), in pochi sanno che questi monaci protestatono anche per Aung San Suu Kyi e che si fermarono davanti la sua casa, dove lei, ovviamente, non potè uscire.
Quando Michelle Yeoh, colei che interpreta Aung San Suu Kyi, portò la sceneggiatura a Luc Besson sperava semplicemente di trovare un produttore, e invece Besson si appassionò alla storia, si commosse, pianse, e decise di abbandonare ogni suo altro progetto a favore di questa tragedia umana che secondo lui doveva essere assolutamente raccontata. L’entusiasmo iniziale ha dato poi da slancio a tutto il film che è stato portato avanti nonostante la quasi totale impossibilità di reperire informazioni (in Birmania il visto lo si può ottenere solo per pochi giorni e nessuno ha il coraggio di parlare) e di girare nei luoghi dove sono avvenuti i fatti. La pellicola, tranne per alcune riprese effettuate di nascosto da Besson, oltre che in Gran Bretagna dove si trovavano i figli e il marito della donna, è stato girato nella vicina Tailandia, territorio attezzattissimo per le riprese cinematografiche, dice Besson, il cui paesaggio naturalistico è praticamente identico a quello birmano.
La sceneggiatura, inizialmente troppo sottoforma di documentario, è stata aggiustata in maniera tale da mostrare l’enorme amore di Suu Kyi verso la sua famiglia, anche se comunque la donna ha fatto delle scelte che la maggior parte dei genitori non farebbero, e il risultato è stato una pellicola commovente che scuote l’animo dello spettatore. La Good Films, una nuova casa di distribuzione nostrana, invade i cinema italiani con una pellicola degna del loro nome, e speriamo continuino su questa strada!

The lady – L’amore per la libertà
The lady
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Rebecca Frayn
Interpreti: Michelle Yeoh, David Thewlis, Jonathan Raggett, Sahajak Boonthanakit, William Hope
Durata: 132′
Produzione: Tailandia, Gran Bretagna, Francia, 2011
Distribuzione: Good Films, 23 marzo 2012

Il mio migliore incubo!


La trama è quella classica di questo genere di commedie: uno scapestrato incontra una fine donzella e si accende una scintilla che scombussolerà la vita di entrambi segnandola profondamente. La qualità di questo film francese è decisamente superiore alla media perché oltre a far ridere, riesce con un pizzico d’ironia a far riflettere sui gravi problemi che sono costrette ad affrontare le famiglie oggigiorno, come teoricamente dovrebbe accadere in ogni commedia familiare che si rispetti .

In questo caso abbiamo un uomo, Patrick, con un figlio molto intelligente a carico, e Agathe, una donna non sposata che comunque convive con il padre di suo figlio, un ragazzino non troppo sveglio. Il primo sopravvive facendo lavoretti d’ogni genere e durante l’estate precedente al loro incontro aveva vissuto con il figlio in un furgone; la seconda invece è una gallerista di successo con un marito editore e vivono in una casa lussuosa nel centro di Parigi. Quando scopriranno che i loro figli sono migliori amici, sarà come accendere dei petardi dentro casa, botti fragorosi che sconvolgeranno le loro famiglie.
Dalla stessa regista di Coco avant Chanel, Anne Fontaine, arriva in Italia con un film di personaggi dai caratteri veri e vivi, che cambiano, imparano e crescono a seconda delle situazioni. E seppur sin dall’inizio sarà facile immaginare dove si andrà a parare, la voglia di dilettarsi con la visione di questa pellicola non verrà meno. L’unica nota stonata, se proprio vogliamo essere capillari, è data dal fatto che il rapporto tra i due figli non è approfondito dalle telecamere, che lasciano largo spazio all’immaginazione dello spettatore.

La Bim si conferma distributore di pellicole cinematografiche di alta qualità: dopo i premiatissimi The Artist e The Iron Lady ecco un altro film con le potenzialità di ottenere quel binomio incassi/standard elevati, che nei lungometraggi odierni non è  facile da trovare.

Il mio migliore incubo!
Mon pire cauchemar
Regia: Anne Fontaine
Sceneggiatura: Nicolas Mercier, Anne Fontaine
Interpreti: Isabelle Huppert, Benoit Poelvoorde, André Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey, Aurélien Recoing, Éric Berger, Philippe Magnan, Bruno Podalydés, Samir Guesmi
Durata: ’99
Produzione: Francia, 2011
Distribuzione: Bim, 30 marzo 2012

The Raven

È difficile dire se la alte aspettative siano stata la rovina di questo film, ma il sentore di qualcosa che non andava ce lo avremmo dovuto avere quando sia Jeremy Renner che Ewan McGregor rifiutarono i due ruoli principali di The Raven. Bisogna però dire che John Cusack e Luke Evans non hanno recitato male, anzi, si sono applicati più che discretamente a un prodotto che pecca in diversi punti.
All’inizio del film osserviamo il celebre scrittore  Edgar Allan Poe seduto su una panchina in un parco di Baltimora e allo stesso tempo ci viene annunciata la sua imminente morte. Poi si torna indietro di qualche giorno, gli ultimi di vita di Poe, quelli di cui non si sa nulla e lì inizia veramente la pellicola. Lo scrittore non ha un soldo, sembra indebitato con tutti e mentre viene sbattuto fuori da un pub, qualcuno commette un duplice omicidio utilizzando gli stessi stratagemmi di un suo racconto. Poe, ignorando tutto ciò, continua invece le sue dichiarazioni d’amore alla bella Emily, il cui padre non vuole proprio lasciare andare. Nel frattempo l’ispettore di polizia riversa tutti i suoi sospetti verso Edgard, e così ci sono tutte le premesse per una grande storia. Premesse che poi però non verranno rispettate.
Nel mondo del cinema le carni sacrificali sono quelle degli sceneggiatori: quando il prodotto va bene è sempre merito del regista e degli attori, quando il prodotto va male la colpa va sempre a loro. Purtroppo è difficile puntare l’indice altrimenti e ci si chiede come diavolo non siano riusciti ad affrontare una splendida idea (quella di un tizio che commetteva omicidi identici ai racconti di Poe) senza dargli spessore. Però forse, almeno in questo caso, la colpa è del regista, che dopo esser stato assistente nella saga di  Matrix e soprattutto dove aver raggiunto il successo con V per Vendetta, non è riuscito a combinare delle idee interessanti per formare un prodotto che non lasci perplessi. Bisogna dirlo: The Raven scorre, scorre bene, solo che non si riesce ad uscire dalla sala soddisfatti e questa è la sua più grande rovina.
Edgard Allan Poe anche questa volta non è riuscito a trovare nessuno in grado di trasferire su pellicola in maniere decente i suoi racconti, l’unica cosa che sono riusciti a fare è rinnovare la sua fama, e probabilmente per lui è meglio così. Meglio leggerlo che vederlo.


The Raven
Regia: James McTeigue
Sceneggiatura: Ben Livingston, Hannah Shakespeare
Interpreti: John Cusack, Alice Eve, Luke Evans, Brendan Gleeson, Kevin McNally, Pam Ferris, Dave Legeno, Brendan Coyle, Oliver Jackson-Cohen, Jimmy Yuill, Sam Hazeldine
Durata: 109′
Produzione: USA, Serbia, Ungheria – 2011
Distribuzione: Eagle Pictures, 23 marzo 2012

lunedì 26 marzo 2012

"17 pancioni", ops, "17 ragazze"

17 ragazze, a dispetto della censura che lo vieta ai minori di 14 anni, è un film educativo, che merita d’esser visto e che, anzi, deve esser visto soprattutto dai più giovani, quelli che rischiano di cadere più facilmente nelle trappole della vita. La cosa sconcertante è che la commissione di censura era indecisa per quanto concerne il grado del divieto, 18 o 14 anni, e alla fine si è raggiunto un divieto per i minori di 14 anni con la scusa che nel film le protagoniste fumano uno spinello, quando in realtà la commissione passò la maggior parte del tempo a discutere sulla possibilità d’istigazione alle gravidanza mediante questa pellicola. Sconcerta inoltre il fatto che il membro più agguerrito della commissione sia stata una donna psicologa pedagoga.
Il film racconta una storia veramente accaduta in Francia, dove 17 ragazze, tutte di un’età intorno ai 17 anni, decidono di rimanere tutte e 17 incinta – sembra che questo numero porti davvero sfortuna… – e ciò accade nei modi più svariati, ma con un unico scopo in testa: avere qualcuno che le amerà per sempre.
Il fatto, per quanto sembri un avvenimento di un altro mondo, è accaduto nel 2008 e ciò, oltre a far scalpore, per fortuna ha fatto anche riflettere. I giovani che abitano in quelle città di provincia che sembrano dimenticate da Dio, che non sanno bene cosa fare tutto il giorno, dove regna la solitudine, l’incomprensione, dove le possibilità di successo e di futuro sono pari a zero, cosa si può fare per loro? C’è una scena dove le ragazze sono sedute intorno a una giostra e sono tutte lì a guardare i propri telefonini o il vuoto, sono lì senza emettere nemmeno un suono per dira una parola… questa scena vale più di mille parole.
Durante la visione della pellicola la parola che balzerà più volte nella testa dello spettatore è una sola, una soltanto: allucinante. Non ci sono davvero altri modi per descrivere quello che accade durante i 90 minuti realizzati da due registe francesi, Delphine Coulin e Muriel Coulin, che nonostante siano al primo film dimostrano ampiamente come il cinema d’oltre alpe è qualitativamente superiore a quello nostrano.
17 ragazze è davvero interessante, pertanto consiglio di non guardare il trailer, perché svela troppo, e di andare direttamente al cinema.

17 ragazze
17 Filles
Regia e sceneggiatura: Delphine Coulin, Muriel Coulin
Interpreti: Louise Grinberg, Roxane Duran, Esther Garrel, Juliette Darche, Yara Pilartz, Solène Rigot, Noémie Lvovsky, Florence Thomassin, Carlo Brandt, Frédéric Noaille, Arthur Verret
Durata: 90′
Produzione: Francia, 2011
Distribuzione: Teodora Film, 23 marzo 2012

martedì 13 marzo 2012

The woman in black

Tratto dal bel romanzo di Susan Hill, The woman in black è una pellicola che terrà lo spettatore ben incollato alla poltrona e che allo stesso tempo lo vorrà far scappare a gambe levate pregando Dio che la donna in nero non lo segua su per le scale di casa. Un film bello in maniera inquietante.
The Woman in Black racconta la storia di Arthur Kipps, un giovane avvocato londinese la cui moglie, deceduta, gli ha lasciato un figlio di quattro anni. Arthur è alle strette: nel caso in cui non riuscisse a portare a termine le questioni legali relative a una villa in un remoto villaggio inglese, perderebbe il lavoro e non saprebbe come mantenere suo figlio; così, nonostante presto si rende conto che in quel posto c’è qualcosa che non va, da bravo stacanovista si mette al lavoro…
Dopo i primi minuti di visione, Daniel Radcliffe riesce a farci dimenticare Harry Potter e recita egregiamente in un ruolo in grado di esaltare le sue doti attoriali, doti sconosciute al mondo al di fuori di Brodway dove ha vinto diversi premi come miglior attore. Con questo ruolo di sicuro ha dato uno strappo alla sua carriera e si è distaccato totalmente dal mondo della Rowling che l’attore non disdegna affatto, anzi continua ad esserne tremendamente grato.
The woman in black è un film le cui scene si susseguono intelligenti ed efficaci, corredate da un sonoro dirompente. Inoltre l’armonioso contrasto dei colori, i pavimenti consumati, la carta ingiallita, gli oggetti impolverati, fanno risaltare la scenografia costruita a regola d’arte. Ad esempio, la villa vista da fuori di per sé non ha un aspetto terrificante, ma una volta entrati tutto cambia e  l’aspetto angusto, anche se comunque elegante, lascia presagire di tutto tranne che il meglio.
Un antropologo si divertirebbe un mondo semplicemente rimandendo in sala a guardare le reazioni degli spettatori che si nascondono la vista con la mano, o che incrociano le gambe come a voler creare una protezione tra loro e il film, o che scivolano sempre più a fondo sulla poltrona.
Nel primo weekend dall’uscita del film il pubblico italiano non sembra aver capito la bellezza di questa pellicola che nel resto del mondo sta sbancando i botteghini con oltre 50 milioni di dollari incassati negli USA e oltre 23 in Gran Bretagna in poco più di una settimana. A Daniel Radcliffe non resta che sperare nel passaparola per riuscire a far breccia nei cuori della penisola italica.

The woman in black
Regia: James Watkins
Sceneggiatura: Jane Goldman tratta dall’omonimo romanzo di Susan Hill (Polillo editore)
Interpreti: Daniel Radcliffe, Ciarán Hinds, Janet McTeer, Roger Allam, Sophie Stuckey, Liz White
Durata:
Produzione: UK, Canada, 2011
Distribuzione: Videa – CDE, 2 marzo 2012

lunedì 5 marzo 2012

Hysteria – l’eccitante invenzione del vibratore...

Hysteria – l’eccitante invenzione del vibratore è prima di tutto una commedia romantica, poi la storia di una delle invezioni più rivoluzionarie degli ultimi 130 anni. L’isteria invece è una malattia creata nell’antica Grecia e poi riadattata in epoca Vittoriana per giustificarne un qualsiasi comportamento femminile fuori dagli schemi. Ovviamente l’isteria non esiste, e oggigiorno e stato ampiamente provato.
Siamo a fine ’800, le donne sono ansiose, tormentate, insoddisfatte (non che la faccenda sia cambiata nel nostro secolo) e l’unico uomo che riesce a porre rimedio a questa terribile litania è un dottore prossimo alla pensione, Robert Dalrymple. Alla ricerca di un assistente per proseguire la sua attivita, Dalrymple trova in un giovane medico, Mortimer Granville, un uomo capace e intelligente, e forse anche adatto a sposare sua figlia, quella giusta però; il dottore, infatti, ha due di figlie: una brava, dolce, educata, sempre vestita bene, l’altra dirompente come un fiume fuori dai suoi argini. Oltretutto, a forza di lavorare di mano tra le gambe di donne di tutte le età, il giovane medico sta rischiando di compromettere per sempre la sua carriera professionale a causa dei continui sforzi cui è sottoposto il suo arto e i crampi lo stanno pian piano deteriorando. Come farà a non perdere il lavoro?
Hysteria è una pellicola coinvolgente dove si fa il tifo per i personaggi, tutti ben caratterizzati, oltre che ben interpretati. Dal protagonista Hugh Dancy, alla candidata all’Oscar Maggie Gyllenhaal, a Rupert Everett, si è riusciti a creare un ritratto ottocentesco originale, esilerante e allo stesso tempo moderno e attuale.
Un film che, nonostante prodotto da sole donne, diretto da una donna, composto da un cast al 90%  in rosa, è in grado di non essere un manifesto femminista, ma ha soltanto sottolineato quella voglia di indipendenza presente oggi come allora. Ci sono voluti ben 7 anni per scovare qualcuno disposto a scommetere su questo film, e la pazienza è stata oltremodo ricompensata da critiche e giudizi positivi provenienti da tutto il mondo.
A fine proiezione chi vorrà dilettarsi a leggere i titoli di coda avrà una bella sorpresa: ai lati dell’elenco appariranno uno dopo l’altro tantissimi modelli di vibratori che mostreranno la loro evoluzione nel corso degli anni, una vera storia per immagini per gli appassionati… o le appassionate!
Quando le è stato chiesto se possedesse un vibratore prima di girare questo film, la regista, Tanya Wexler, ha risposto: “… solo uno?!”. Viva la sincerità.


Hysteria – l’eccitante invenzione del vibratore
Hysteria

Regia: Tanya Wexler
Sceneggiatura: Jonah Lisa Dyer, Stephen Dyer, Howard Gensler
Interpreti: Maggie Gyllenhaal, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Hugh Dancy, Felicity Jones, Ashley Jensen
Durata: 100′
Produzione: Inghilterra, Lussemburgo, 2010
Distribuzione: BIM, 24 febbraio 2012

lunedì 27 febbraio 2012

ATM – Trappola mortale

Uccidere una persona è semplice. Sono fragili, gli umani, un colpo ben assestato e la vita se ne va per sempre, senza pudore, senza occasione di pentirsi e nemmeno il tempo di pensarci. Addio, per sempre. È davvero facile uccidere, purtroppo. È routine, uccidere o essere uccisi, lo è dall’alba dei tempi; ma non bisogna ricordare che gli umani si differenziano dagli animali per il pensiero. Uccidere una persona è semplice. Pensare d’aver ucciso qualcuno non deve essere facile, ma, a quanto, pare, c’è chi prova quel perverso gusto ad uccidere. C’è chi non può farne a meno e inoltre ha bisogno di vederti soffrire, e questo è il caso dell’antagonista di questa storia.
L’80% del film si svolge all’interno di un box ATM (da noi meglio come “punto bancomat”) che si trova al centro di un immenso parcheggio. I tre protagonisti del film, due ragazzi sotto i 30 e una ragazza sui 25, una volta entrati in questo box, trovono un’oscusa figura a bloccare l’uscita, un uomo minaccioso che li aspetta ma che non osa avvicinarsi. Non sapendo cosa fare, i ragazzi rimangono interdetti a guardarlo e in pensieri che intercorrono suonano come: “Sarà davvero pericoloso? Che sta facendo lì?”, e la risposta non tarda ad attendere, che un uomo di passaggio viene ucciso violentemente. Come faranno ad uscire?
Dallo stesso sceneggiatore del claustrofobico Buried – Sepolto, Chris Sparling, ATM è un film di genere che sotto certi aspetti ricorda Frozen, pellicola uscita lo scorso anno in sordina dove dei ragazzi rimanevano bloccati su una seggiovia a diversi metri d’altezza. La differenza principale tra le due pellicole è che in Frozen l’uomo lottava contro la natura, in ATM l’uomo lotta contro l’uomo, e gli umani quando vogliono essere spietati tendono ad avere pensieri molto più perversi e sadici di quanto la natura sia in grado di fare.
Girato in 20 giorni, di cui 18 passati all’interno del bancomat e 7 di essi utilizzati per “la scena dell’acqua” (è visibile nel trailer, non faccio spoiler eclatanti), ATM ha messo alla prova i nervi dei tre protagonisti costretti a girare giorno e notte in un spazio ristretto. Alla fine Brian Geraghty, che interpreta David, ha commentato: “Pur essendo una grande opportunità quella di poter girare tutti i giorni, lavorare in questo modo dà un forte elemento di freddezza e disagio”.
Questo lungometraggio in Italia viene distribuito in sole 60 sale (contro le 200-500 dei blockbuster), e poi uscirà in copie limitate ad aprile negli USA. Se siete amanti del thriller/horror, se apprezzate le pellicole di nicchia costruite con budget ristretti – potremmo dire “all’italiana” -, allora questo è il film che fa per voi.

ATM – Trappola mortale
ATM
Regia: David Brooks
Sceneggiatura: Chris Sparling
Interpreti: Alice EveJosh PeckBrian Geraghty
Durata: 110′
Produzione: USA, Canada, 2011
Distribuzione: M2  Pictures, 17 febbraio 2012

Qualcosa di straordinario

Siamo nel 1988. Un giornalista scopre casualmente tre balene intrappolate sotto i ghiacciai dell’Alaska, e perciò destinate a morire. Le televisioni nazionali riprendono la notizia e i tre cetacei entrano a far parte dei più grandi casi mediateci della storia americana. La popolazione è in fermento, spera in un intervento. Il presidente, che come ogni presidente necessita di voti e quindi del favore del popolo, dà il suo consenso. Un miliardario, dedito all’estrazione del petrolio in Alaska, per ovvie necessità pubblicitarie, offre la sua costosissima attrezzatura. Il salvataggio può inziare. Questa è una storia vera.
Dallo stesso regista de La verità è che non gli piaci abbastanza, 4 amiche e un paio di jeans e di numerosissime serie televisive, Qualcosa di straordinario è una pellicola che si distacca dai suoi precedenti lavori per andare ad affrontare una storia che non porta nulla di nuovo ai fatti ampiamente documentati dalle televisioni, ma che comunque potrebbe appassionare il pubblico dei film in prima serata il sabato sera, i bambini per intenderci. Infatti gli elementi che fanno da contorno, come un triangolo amoroso che non accenna ad andare oltre un bacio a stampo, sono tipici dei film pre-adolescenziali. Inoltre, per dare una tridimesionalità alla storia, c’è sempre un bambino eschimese che irrompe ogni qualvolta ci sia bisogno di movimentare la situazione.
Il lungometraggio, costato 40 milioni di dollari, ai botteghini americani al momento non è riuscito a incassarne più di 15. Forse riuscirranno a recuperare l’investimento con gli incassi esteri, ma è difficile dato che sommando gli incassi della Russia, Gran Bretagna e Portagallo, a una settimana dall’uscita, insieme non sono riusciti nemmeno a totalizzare 1 milione di euro. La migliore prospettiva è che Qualcosa di straordinario possa diventare un classico per la televisione, uno di quei film che ogni inverno verranno proiettatti anno dopo anno.
A fine proiezione viene da chiedersi se per salvare dei cetacei, l’Alaska, che poi nell’anno successivo venne colpita da 38.000 tonnellate di petrolio greggio riversatosi nel mare, non sia stata inquinata più del dovuto. Sono calcoli che andrebbero fatti, per quanto l’evento sia stato portato avanti più per scopi mediatici che per altro. Greenpeace, che sponsorizza il film, cosa risponde?
Qualcosa di straordinario
Big Miracle
Regia: Ken Kwapis
Sceneggiatura: Jack Amiel, Michael Begler
Interpreti: John Krasinski, Drew Barrymore, Kristen Bell, Vinessa Shaw, Stephen Root, Ted Danson, Dermot Mulroney, Rob Riggle, Michael Gaston, Megan Angela Smith, Tim Blake Nelson, James LeGros, Mark Ivanir, Andrew Daly, Jonathan Slavin, Gregory Jbara, Tom Clark, Sarah Palin
Durata: 107′
Produzione: USA, UK, 2011
Distribuzione: Universal Pictures, 24 febbraio 2012

sabato 25 febbraio 2012

Jack e Jill

Jack e Jill, entrambi interpretati da Adam Sandler, sono due gemelli. Il primo è un pubblicitario di successo, che vive a Los Angeles con un brava moglie (Katie Holmes) e dei figli; la seconda non si sa bene cosa faccia, si sa solo che vive nel Bronx e che verrà a trovare Jack e la sua famiglia per il giorno del Ringraziamento. Il problema è che Jack non sopporta Jill e che la “signorina” deciderà di prolungare la permanenza a Los Angeles. Oltretutto le cose si complicheranno quando Jack si renderà conto che avrà bisogno della sorella gemella per non perdere il lavoro.
Jack e Jill è un film che parte da un’idea carina e che poi si perde in un bicchiere d’acqua in un possibile e vano tentativo da parte di Adam Sandler di imitare Eddie Murphy (Il professore matto). La locandina dice bene: “… e non sarà divertente”, e infatti divertente non lo è, se non per alcune scene.
In questo pellicola c’è uno spreco di talento impressionante: tralasciando Sandler e la Holmes, attori apprezzati più in America che nel resto del mondo, c’è un certo Al Pacino che, comunque bravissimo, si è lasciato coinvolgere in questo progetto assolutamente mediocre; c’è anche Johnny Depp, anche lui, come Al Pacino, nel ruolo di se stesso (c’è da precisare che Johnny non figura nei credits, forse si è vergognato?); c’è Regis Philbin, a più riprese definito dalla stampa come “il più grande lavoratore delle show business americano”; c’è Shaquille O’Neal, uno dei più forti giocatori nella storia della NBA, ma anche una persona dalla comicità estrema che con i suoi 116 cm e 150 kg fa ridere senza sosta chiunque gli capiti di fronte.
Jack e Jill purtroppo è un film irritante, soprattutto nel modo in cui rende irriconoscibile il pur talentuoso Sandler. Sembra difficile associarlo all’attore del romantico  50 volte il primo bacio, del simpatico  Zohan, o dell’originale Click. Un altro aspetto che non va sottavalutato è il fatto che doppiatore di Jill ha reso la voce di questo personaggio ancor più insopportabile. Quindi se proprio si desidera vedere questa pellicola, si consiglia di farlo in lingua originale.
Jack e Jill
Jack and Jill
Regia: Dennis Dugan
Sceneggiatura: Ben Zook, Steve Koren, Robert Smigel
Interpreti: Adam Sandler, Katie Holmes, Al Pacino, Valerie Mahaffey, Regis Philbin, Shaquille O’Neal, Johnny Depp
Durata: 91′
Produzione: USA, 2011
Distribuzione: Warner Bros Pictures, 17 febbraio 2012

La verità nascosta

C’è un motivo se la 20th Century Fox ha scommesso su un film diretto da un regista colombiano e recitato da un cast spagnolo. Il motivo è che La verità nascosta è una storia internazionale, nel senso che può essere capita allo stesso modo in tutto il mondo, e quindi vendibile e godibile in ogni angolo del pianeta. Il regista poi, bisogna dirlo, non era proprio sconosciuto: infatti Andi Baiz, in alcuni casi chiamato Andrés Baiz, si era già fatto notare a Cannes con il lungometraggio tratto dall’omonimo romanzo di Mario Mendoza, Satana. Ora però Baiz abbandona i temi violenti per esplorare un non meno interessante effetto collaterale dell’amore, la speranza che lansciandosi andare non si verrà traditi.
Belén (Clara Lago), una delle due protagoniste femminili, ha assolutamente necessità di verificare che il suo uomo non la tradisca, così decide di rinchiudersi in una stanza con le pareti insononizzate e dai vetri che le permettono di vedere tutto quello che combina il suo uomo. Inoltre Belén a lui, Adriàn (Quim Gutiérrez), ha lasciato un finto messaggio d’addio per metterlo alla prova, e quando l’uomo torna e non la trova, inizia a struggersi. Belén vorrebbe uscire fuori, abbracciarlo, consolarlo, ma non può: ha perso la chiave entrando, quindi è rimasta bloccata in quella stanza senza vie d’uscita.
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Immediatamente lo spettatore si immedesima nelle situazioni dei vari personaggi e inizia a domandarsi cosa farebbe in quelle diverse occasioni, a partire dal solito giudizio che non passa mai di moda, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La verità nascosta è un lungometraggio che porta emozioni vere, che premono sul petto e si bloccano in gola, emozioni in grado di condurre alle lacrime gli animi più sensibili. Oltretutto c’è un’altra componente affascinante intorno a quest’opera cinematografica: nell’era dello streaming, dei torrent e dei download illegali in generale, si ritrova il piacere di pagare il biglietto senza rimorsi, una componente che nel corso dell’ultimo decennio sembrava persa per sempre, se non in casi sporadici.
Grande merito di tutta la tensione di cui è composto il film va dato alla colonna sonora ideata da Federico Jusid. Infatti il pianista e compositore argentino è riuscito a regalare un intreccio che dà carica, pugnala e poi medica con delle bende le ferite sanguinanti, per poi trafiggerci di nuovo. Abilissimo a sfruttare gli sbalzi di una trama semplice, ma con situazioni dense, forti. 75 dei 103 minuti di cui è composto il film sono pieni di musica con la M maiuscola.

La verità nascosta
La Cara Oculta
Regia: Andi Baiz
Sceneggiatura: Hatem Khraiche Ruiz-Zorrilla, Andi Baiz
Interpreti: Quim Guterriez, Martina Garcia, Clara Lago
Durata: 103′
Paese: Colombia, 2011
Distribuzione: Moviemax, 10 febbraio 2012

40 carati

Intrattenere lo spettatore per più di un’ora sull’orlo di un cornicione non deve essere facile,  ma se si ha alle spalle una buona storia adornata da un’ottima recitazione ecco che il risultato diviene più semplice, quasi fosse normale routine quotidiana. Senza contare che il regista, Asger Leth, è un autore di documentari molto apprezzati, e proprio grazie a questo suo talento potrebbe esser riuscito a rendere questo film ancora più vivo, quasi fosse una storia vera.
Ci troviamo a New York, probabilmente in una zona non troppo distante dal cuore di Manhattan. Un uomo entra in un lussuoso hotel, prende una camera con vista e celebra una sorta di “ultima cena”. Dopodiché, un piede dopo l’altro, scavalca la finestra e si ritrova su un cornicione a ventuno piani da terra. Subito il panico si scatena in strada, i mezzi di soccorso arrivano, la folla si accumula trepidante, i giornalisti si lanciano all’assalto; insomma, lo spettacolo ha inizio!
Chi è l’uomo sul cornicione? Perché si vuole buttare? Questi sono i primi pensieri che vengono in mente, però dopo un po’, come dice il protagonista della pellicola, Sam Worthington, la domanda che gli spettatori si pongono passerà da “Si butterà o non si butterà?” a “Riuscirà a provare la sua innocenza? Lui è davvero innocente?” Perché quella alla quale assistiamo è la storia di uomo che sull’orlo di un baratro si dichiara innocente di un crimine che lo ha condannato a 25 anni di prigione, rubare un diamante di 40 carati dal valore di quasi altrettanti milioni a un milionario che, udite udite, tiene i suoi gioielli proprio nel grattacielo affianco a quello dell’hotel dove l’uomo si vuole buttare. Una strana coincidenza.
40 carati è un thriller particolare, fresco, con una sceneggiatura originale sulla spina dorsale  e con due volti noti, Sam Worthington e Elizabeth Banks, che accorpati insieme centrano come i cavoli a merenda e invece riescono in duetto fatto e solidificato da una fiducia che mano a mano cresce, l’uno nei confronti dell’altra. È davvero incredibile che un attore specializzato in film d’azione, un’attrice specializzata in film comici e un regista specializzato in documentari, siano riusciti a creare un ottimo thriller: colpi di scena ben congeniati fanno in modo di cambiare il punto di vista dello spettatore proprio nel momento in cui credeva d’aver trovato una soluzione alla sfortunatissima vicenda del protagonista, e momenti di tensioni continui rotti da pause brevi con frasi mai banali o da flashback che mostrano cosa sia davvero successo nel passato di quell’uomo sul cornicione.
40 carati però non è un capolavoro, né punta ad esserlo. L’idea è quella di intrattenere lo spettatore, punto, e ci riesce benissimo. Negli anni troverà la sua collocazione e probabilmente diventarà un classico trasmesso almeno una volta l’anno in prima serata.

40 carati
Man on a Ledge
Regia: Asger Leth
Sceneggiatura: Pablo F. Fenjves
Interpreti: Sam Worthington, Elizabeth Banks, Jamie Bell, Anthony Mackie, Edward Burns, Ed Harris, Kyra Sedgwick, Génesis Rodríguez, William Sadler, Titus Welliver
Durata: 102′
Paese: USA, 2010
Distribuzione: Eagle Pictures, 10 febbraio 2012

L’arte di vincere le candidature agli Oscar

I film sugli sport americani in Italia non vendono, o così immaginano i distributori nostrani che negli ultimi anni non hanno fatto arrivare al cinema una pellicola come The Blind Side – lungometraggio candidato all’Oscar come Miglior film e dove Sandra Bullock ha vinto il premio come Miglior attrice protagonista – che è stato mandato in onda su Mediaset Premium e poi editato in dvd. Quindi è una grande e piacevole sorpresa scovare L’arte di vincere distribuito nella maggior parte dei cinema italiani, ma se non fosse uscito un film che ha ottenuto ben 6 candidature agli Oscar più 4 ai Golden Globes,  che figura avremmo fatto?
L’arte di vincere racconta la storia di un ragazzo, Billy Beane, che, iniziato al baseball professionistico ancora giovanissimo, non è riuscito a mantenere le alte aspettative e quindi si è ritirato dopo poche stagioni per passare a un altro aspetto del gioco, quello di general manager, e lo ha fatto per gli Oakland. Dopo una stagione in cui la squadra era riuscita sia a qualificarsi ai playoff che ad arrivare a un passo dal titolo, Billy ha visto perdere i suoi migliori giocatori per squadre con budget enormi come quello degli Yankees. In quel momento tragico sotto l’aspetto sportivo, ma anche sotto l’aspetto familiare dato che rischiava di perdere il lavoro se la stagione fosse andata male, Billy ha deciso di rivoluzionare il baseball per sempre basandosi quasi eslusivamente su percentuali e stastiche che andavano ad analizzare ogni singolo aspetto del gioco.
Mettendo da parte il baseball, questo film è una storia americana nel senso che è una storia di riscatto, di successo e ovviamente il protagonista è un perdente. Magistralmente interpretato da Brad Pitt, Billy Beane è un personaggio di spessore: carattere forte, una personalità decisa e una figlia che mai si sognerebbe di deludere. Beane è un uomo in una torre di cristallo; è solo, almeno sino al momento in cui incontrerà un ragazzo “in grado di utilizzare i computer” (Jonah Hill), e in quel momento potrà ricominciare a credere, una speranza busserà alla sua porta. Non a caso sia Pitt che Hill sono stati candidati come Miglior attore e Miglior attore non protagonista.
L’enorme peculiarità che contraddistigue questo film rispetto agli altri sul medesimo sport è che L’arte di vincere, a differenza del baseball, non annoia, anzi, tiene ben aperti gli occhi dello spettatori anche grazie ad alcune sottigliezze generate da battute inaspettate che scuotono l’animo e fanno ridere o sorridere, a seconda delle occasioni. Grande merito va dato ai due sceneggiatori, Steven Zaillian e Aaron Sorkin, che sono riusciti a trasporre un libro che non è un romanzo, ma un’enorme analisi sul baseball e sui suoi cambiamenti.

L’arte di vincere
Moneyball

Regia: Bennett Miller
Sceneggiatura: Steven Zaillian, Aaron Sorkin, tratta dal libro di Michael Lewis
Interpreti: Brad Pitt, Jonah Hill, Philip Seymour Hoffman, Robin Wright, Chris Pratt, Kathryn Morris
Durata: 133′
Produzione: USA, 2011
Distribuzione: Sony Pictures, 27 gennaio 2012

Underworld: Il risveglio

Underworld: Il risveglio piacerà sia agli amanti della serie, sia a quelli che non hanno mai visto i film precendenti perché qui la storia si evolve, diventa qualcosa di nuovo e prende una direzione sinora intentata: Selene (Kate Beckinsale) smette di pensare solamente a se stessa, adesso ha una persona a cui badare e il ruolo di neomamma non è tra quelli che più le si addice. Inoltre si è risvegliata in un mondo che sembra quasi non appartenerle: sono passati quindici anni e tutto è profondamente cambiato, gli esseri umani hanno scoperto l’esistenza dei vampiri e dei licantropi – qui chiamati “lycan” – e ha sterminato entrambe le razze.
Ambientato in un presente alternativo (o futuro) alternativo, questo capitolo di Underworld diviene una sorta di thriller fantascientifico e così si mostra appetibile anche nei confronti di quel pubblico incerto nei confronti del “soprannaturale”. Però è necessario precisare che, nonostante lo spessore dei personaggi e una buona sceneggiatura di sfondo (d’altronde ci ha lavorato quel genio di J. Michael Straczynski!), questo lungometraggio non è un capolavoro, ma è comunque intrattenimento puro e genuino condito con una buona dose di 3D.
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Proprio per le riprese è stato svolto un lavoro particolare: il film è girato direttamente in 3D, senza aggiunte di post produzione in tal senso, con un processo di dimensionalizzazione, grazie alle peculiarità di speciali macchine da presa da 72 a 120 inquadrature al secondo e con una qualità cinque volte superiore all’HD. Non solo un vantaggio, questo, ma anche un problema: ogni scena, e quindi anche una semplice alzata di spalle, doveva essere girata come fosse un effetto speciale, ma i due registi svedesi, Måns Mårlind e Björn Steinm, dimostrando grande spirito di squadra, hanno arginato l’ovvia tensione alternandosi alla regia.
“Quando Måns dirige, io sono il suo primo assistente” dice Björn. “Lui prende le decisioni riguardo gli attori e la macchina da presa. Io invece mi occupo di tutto quello che non è urgente: può essere il casting, le scenografie, gli effetti visivi, eccetera. Abbiamo una fiducia totale l’uno nell’altro”.
Un’altra nota di merito: per realizzare la colonna sonora della pellicola sono state utilizzate canzoni dei Linkin Park, Evanescence, The CureLacuna Coil (tra gli altri).
Underworld: Il risveglio
Underworld: Awakening
Regia: Måns Mårlind, Björn Stein
Sceneggiatura: Allison Burnett, J. Michael Straczynski
Interpreti: Kate Beckinsale, Charles Dance, India Eisley, Michael Ealy, Stephen Rea, Sandrine Holt, Kris Holden-Ried, Theo James
Durata: 88′
Paese: USA, Canada
Distribuzione: Sony Pictures, 20 gennaio 2012

L’ora nera

L’ora nera, a dispetto del titolo, non è un horror, è un film su un’invasione aliena su scala mondiale i cui protagonisti sono dei ragazzi americani che si trovano bloccati a Mosca, città dove è ambientato tutto il lungometraggio.
L’aspetto originale di questa pellicola è quantomeno singolare: gli alieni appaiono come dei fasci di luce elettrica in grado di catturare e smaterializzare all’istante le persone; inoltre di giorno sono invisibili all’occhio umano, quindi ai giovani protagonisti non rimane che affrontarli di notte. Fin qui originalità, niente da dire. Poi però si inciampa negli stereotipi.
Probabilmente le cose più interessanti de L’ora nera sono le informazioni che circolano a riguardo: la produzione è stata sospesa per tre settimane a causa dei catastrofici incendi dell’estate del 2010 (il fumo arrivato in città impediva le riprese) così tutta la troupe ha preso un aereo per Los Angeles e una volta atterrati sono venuti a sapere che il fumo si era diradato; il film è divenuto improvvisamente interessante quando invece di girarlo in un paesino americano è stato deciso di farlo a Mosca… Aneddoti, questi, che dovrebbero essere colorrario della fama e della qualità di una pellicola e non motivo di traino e/o ragione per sedersi in sala.
L’ora nera è un film apprezzabile superficialmente ma penalizzato da una storia già vista e da personaggi senza spessore. Un peccato, questo, in quanto il 3D risulta ben realizzato, la colonna sonora è gradevole e le premesse, almeno fino al decimo minuto di proiezione, sono quelle di una grande storia.

L’ora nera
The Darkest Hour
Regia: Chris Gorak
Sceneggiatura: Jon Spaihts
Interpreti: Emile Hirsch, Olivia Thirlby, Max Minghella, Rachael Taylor, Joel Kinnaman
Durata: 89′
Paese: USA, Russia
Distribuzione: 20th Century Fox, 20 gennaio 2012

La talpa

La locandina de La talpa sembra promettere bene: “Un cast di fuori classe”, Corriere della sera; “Una spy story magistrale”, Il giornale; “Il thriller più elegante e sofisticato dell’anno”, Esquire. Peccato, e sono sinceramente dispiaciuto, che l’unico giudizio col quale mi trovi d’accordo è quello del Corriere e forse un pochino, ma solo in parte, con quello dell’Esquire, rivista che si occupa di moda e per questo viene il dubbio che la parolina “sofisticato” sia riferita sempre agli abiti e ai modi di fare dei personaggi, più che alla trama e agli intrecci.
La talpa, film tratto dall’omonimo romanzo di John le Carré, racconta la storia di un uomo, George Smiley (Gary Oldman), che viene richiamato in servizio ai vertici del Circus per cercare di capire chi è la spia che fa il doppiogioco.
Diverso da quasi tutti i thriller sbarcato al cinema negli ultimi trenta o più anni – le uniche scene d’azione sono quelle presenti nel trailer -, la pellicola è un susseguirsi di dialoghi infiniti, piatti (ma questa è colpa dei doppiatori), che oltre a portare lo spettatore allo sbadiglio, gli fanno perdere il filo logico tanto che arrivati alla fine ci si chiede: “Perché diavolo è successo questo o quest’altro?” Anche la fotografia, grigia e cupa, non necessariamente rappresenta il periodo della Guerra fredda perché all’epoca, ad esempio, la moda femminile aveva iniziato a proporre dei vestiti dai colori molto accesi che vengono più volte ripresi e reinseriti in quella attuale; insomma, pure la fotografia, oltre alla lentezza del film, invita lo spettatore ad abbandonare il lungometraggio prima del suo termine e l’unico motivo per rimanere in sala sarà quello di poter ammirare l’interpretazione magistrale di Gary Oldman, uomo in grado di suscitare tensione semplicemente scuotendo la testa, e il resto del cast, da Colin FirthJohn HurtMark StrongToby Jones a Tom Hardy.
Tomas Alfredson alla seconda prova cinematografica dopo Lasciami entraree al primo film in lingua inglese, tira fuori una pellicola che sì, viene distribuita in tutto il mondo, ma che rischia di non trovare troppo pubblico a causa della sua struttura troppo votata alla recitazione degli interpreti e troppo poco all’azione là dove sembra non succedere nulla. Probabilmente è il caso che il regista ritorni sui temi horror/drammatici di Lasciami entrare.

La talpa
Tinker, Tailor, Soldier, Spy
Regia: Tomas Alfredson
Sceneggiatura: Bridget O’Connor e Peter Straughan, tratta dall’omino romanzo di John Le Carré
Interpreti: Gary Oldman, Colin Firth, John Hurt, Mark Strong, Toby Jones, Tom Hardy, Ciarán HindsBenedict Cumberbatch,David DencikJohn HurtStephen GrahamSimon McBurney
Durata: 127′
Produzione: Regno Unito, Francia
Distribuzione: Medusa Film, 13 gennaio 2012

Sherlock Holmes: Gioco di ombre

La più grande sorpresa che si ha guardando Sherlock Holmes: Gioco di ombreè quella di notare in un importante ruolo un’attrice europea, e cioè l’ex “donna odiata dagli uomini”, Noomi Rapace. Ragazza svedese, ma con origini spagnole da parte di padre, si era fatta notare grazie ai film tratti dai libri di Stieg Larsson, mediante i quali è riuscita a vincere il premio come Miglior attrice ai BAFTA Awards, gli Oscar britannici. Fa sempre piacere vedere una concittadina di questa Europa – che potrebbe durare ancora per poco – ottenere una parte in un blockbuster americano, cosa che dà speranza agli aspiranti attori di questo continente che vedono le porte di Hollywood come fossero le mura del Fosso di Helm.
Una serie di avvenimenti, scollegati agli occhi di tutti tranne che a quelli di Holmes, accadono nel mondo: uno scandalo investe un magnate indiano, uno spacciatore muore per un’apparente overdose, a Strarburgo e Vienna esplodono bombe e muore anche un magnate americano. Chi sarà mai al centro di questa  tela? Ovviamente il cattivo per antomasia, il nemico numero uno di Sherlock Holmes nella maggior parte dei libri da cui è stato tratto il personaggio, il professor James Moriarty (Jared Harris).
Così Sherlock, venuto in possesso di uno strano messaggio, imbastirà un finto addio al celibato per involvere nel caso l’amico e collega John Watson e il fratello Mycroft e andrà a interpellare una zingara e cartomante, Sim (l’attrice svedese), il cui fratello in qualche modo è legato all’oscuro piano organizzato da Moriarty. Nel frattempo la riluttanza alla partecipazione da parte di Watson si trasformerà in vera e proprio azione quando verrà attaccato durante il viaggio di nozze, e i due amici partiranno per una lunga indagine che attraverserà l’Europa.
Dopo aver incassato oltre 500 milioni di dollari con il primo film della serie, Guy Ritchie torna a dirigere Robert Downey JrJude Law in Sherlock Holmes: Gioco di ombre e ai due attori viene concessa la possibilità di esplorare i loro personaggi, di saldare il loro rapporto d’amicizia con rappresentazione di stima e fiducia totale l’uno nell’altro. Comunque loro due, si sa, sono due attori geniali e perciò è giusto concentrarsi sui personaggi secondari come la zingara interpretata da Rapace o il fratello di Holmes interpretato da Stephen Fry. Proprio quest’ultimo dà un tocco nuovo al film, portando finezza, eleganza e snobismo tipicamente inglese da uomo la cui intelligenza è pari o superiore a quella del famoso fratello, eppure marcando il fatto che non gli interessa dell’umanità. Stephen Fry regala allo spettatore una recitazione che suscita ammirazione anche quando recita nudo (“Diciamo che il suo personaggio intimidiva parecchio, perlomeno finché non si è spogliato. Ahahah”, ha detto il regista nella conferenza stampa). Jared Harris, che interpreta il malvagio Moriarty, sembra perfetto nella parte: un importante professore di matematica rispettato da tutti e allo stesso tempo un essere spregevole che vuole piegare il mondo ai suoi scopi, e in ambo i casi ciò avviene sempre con una luce pazza negli occhi.
Sherlock Holmes: Gioco d’ombre è puro intrattenimento e azione, ma il rischio è quello di andare a perdere la parte investigativa, però, come ci è stato assicurato, ne stanno discutendo e probabilmente ripareranno al danno con il terzo film – che potrebbe essere ambientato in Italia – e comunque la situazione attuale non è che sia negativa, tutt’altro. Stephen Fry, che è stato il più giovane di tutti i tempi a iscriversi alla Sherlock Holmes Society di Londra, ci assicura: “Questo è lo Sherlock Holmes adatto a quest’epoca.”

Sherlock Holmes: Gioco di ombre
Sherlock Holmes: Game of Shadows
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Michele e Kieran Mulroney
Interpreti: Robert Downey Jr, Jude Law, Noomi Rapace, Jared Harris, Stephen Fry, Kelly ReillyRachel McAdamsEddie Marsan, Geraldine James
Durata: 129?
Paese: USA, UK, Australia, 2011
Distribuzione: Warner Bros, 16 dicembre 2011
Sito ufficiale: www.sherlockholmes2.it

Arthur e la guerra dei due mondi

V.M.13, “vietato ai maggiori di 13 anni”, questo è il bollino che dovrebbero attaccare sulla locandina del film; e che gli adulti non si azzardino a pensarla come una cosa negativa! Quella di Luc Bessonè una chiara incursione nel mondo dei bambini, ed essa avviene con uno stile a metà tra quello della Disney del dott. Walt, dove si creavano appositamente film pensati per i più piccoli – a differenza di ora, dove il target è concentrato sulla fascia d’età young/adult che permette maggiori possibilità di introiti -, e quello degli horror degli anni ’60-’70, dove insetti e altre forme giganti avevano uno strapotere non indifferente. Ma, c’è da precisarlo, Arthur e la guerra dei due mondi è tutt’altro che un horror, anzi, è talmente pieno di paesaggi così colorati che costringono lo spettatore a sorridere a prescindere della situazione, un puro piacere visivo sullo schermo, come se si stesse guardando un paesaggio da cartolina.
Il film inizia con un brevissimo riassunto in “stile serie televisiva” dove viene raccontato e fatto intravedere cosa è successo nei primi due episodi della saga, di modo da permettere la visione della pellicola anche a chi iniziasse dal terzo ed ultimo capitolo. Nel giro di pochi minuti Arthur viene attirato in trappola da Maltazard che prende il suo posto tra gli umani diventando alto due metri e dici centimetri e preparando un attacco al mondo. Arthur, Sélénia e Bétamèche, dall’alto della loro bassezza (due millimetri) devono provare a fermarlo!
La storia si svolge in un susseguirsi di scene d’azione e divertimento, con citazioni di film come Star Wars che obbligheranno a ridere anche il più assopito degli adulti. Chi ha visto i due lungometraggi precedenti non potrà che confermare che questo è il migliore della trilogia.
Compra: libri, dvd/bluray della saga di Arthur.
Splendido il lavoro svolto per mischiare i personaggi 3D con le scene live-action, e cioè quella parte di film ripresa nel mondo reale, il nostro. Il risultato finale è talmente ben amalgamato che non si notano incertezze, fornendo uno splendido esempio da seguire per chi volesse cimentarsi in una simile impresa. Ma d’altronde Arthur e la guerra dei due mondidisponeva di un budget di 65 milioni di euro, cifre inimmaginabili per il mercato italiano.
Questo film, volutamente perbenistico, esplora il rapporto tra genitori e figli. Nel primo caso avviene tra Arthur e l’imbranatissimo padre, nel secondo tra Maltazard e il non troppo sveglio figlio. Ma anche in altri casi, con scene secondarie però non per questo di minore importanza, vengono trasmessi dei valori come l’amicizia, l’aiutarsi vicendevolmente, che di sicuro noi adulti abbiamo bisogno di ripassare.

Arthur e la guerra dei due mondi
Arthur et la guerre des deux mondes
Regia: Luc Besson
Sceneggiatura: Luc Besson, Céline Garcia
Interpreti: Freddie Highmore, Mia Farrow, Richard William Davis, Penelope Ann Balfour, Robert Stanton
Durata: 101?
Paese: Francia, 2011
Distribuzione: Moviemax, 23 dicembre 2011

"Le idi di marzo" - La perdita della verginità delle illusioni

Un thriller politico che appassiona, questo è il grande pregio de Le idi di marzo. Tutto ciò che George Clooney, per la quinta volta nei panni da regista, ci vuole mostrare sono i meccanismi dietro le elezioni americane – anche se nel resto del mondo non dovrebbe essere poi così differente – e alcuni dei “giochetti” cui un politico ricorre per essere eletto, e non importa se questo politico è una brava persona o meno, la brama di potere trasforma tutti, nessuno escluso.
Stephen Meyer (Ryan Gosling) è il più giovane ragazzo ad aver mai avuto la possibilità di avere un ruolo di alto rilievo nella campagna delle primarie nelle presidenziali del governatore Mike Morris (George Clooney). Meyer è un ragazzo dai valori e dagli ideali molto forti, crede davvero che Morris sia la persona giusta per guidare gli USA e per lui scrive discorsi in grado di arrivare a toccare il cuore degli elettori. Nella prima parte del film il governatore Morris ci viene mostrato come un uomo a cui dar fiducia, ma quando il successo nello stato dell’Ohio non sarà più scontato, dovrà scegliere se andare a patti con il diavolo/uomini che pretendono qualcosa in cambio di voti, o perdere.
La vera protagonista di questa pellicola è la campagna elettorale, tutti i personaggi si muovono intorno ad essa. Dalla giovane stagista interpretata da Evan Rachel Wood, al responsabile della campagna il cui ruolo è stato affidato a Philip Seymour HoffmanVoltafaccia e intrighi si uniscono in una trama ben congeniata, con colpi di scema che non solo cambiano la situazione, ma che portano a una evoluzione dei personaggi, e Ryan Gosling diviene un perfetto esempio di recitazione su più livelli, dove il suo ruolo, inizialmente fatto di sorrisi e strette di mano, va piano piano a spostarsi su un silenzio necessario che trasmette inquietudine, quasi a ricordare il suo ultimo film, Drive.
Basata sul lavoro teatrale Farragut North di Beau Willimon, “la trasposizione cinematografica ha dovuto apportare una serie di cambiamenti” racconta Clooney. “Ad esempio, nel testo teatrale il governatore Morris viene citato, ma non appare mai sul palcoscenico, e di conseguenza non aveva battute. Per creare una narrazione forte, abbiamo quindi  ideato un personaggio, un candidato a cui Stephen e tutti gli altri credono, per poi rimanere sconvolti quando scoprono la verità.”
Quello di Clooney non è un attacco alla politica, è solo un’analisi delle componenti meschine a cui essa si lega e una visione generale di come essa possa influenzare le persone (curioso che il film sia stato fatto proprio mentre c’è Obama al potere…). Infatti tra i personaggi “cattivi” potremmo collocare la giornalista interpretata da Marisa Tomei, donna che sin dal primo istante ci viene mostrata come un essere pronto a tutto per uno scoop. Da non dimenticare il personaggio di Paul Giamatti nel ruolo del responsabile della campagna elettorale dell’avversario di Morris, lui e gli altri ci fanno capire che il momento da vivere è adesso, bisogna vincere ora – almeno in quel campo.
Prodotto da Leonardo DiCaprioLe idi di marzo è costato solamente 12 milioni di dollari e ne ha finora incassati 40 solo negli USA, e si prevede come minimo un raddoppio degli incassi quando arriverà nei botteghini di tutto il mondo. Oltretutto è già nota la candidatura a 4 Golden Globe e si vocifera in tema Oscar senza sollevare troppi polveroni.

Le idi di marzo
The Ides of March
Regia: George Clooney
Sceneggiatura: George Clooney, Grant Heslov, basata sul lavoro teatrale Farragut North di Beau Willimon
Interpreti: Ryan Gosling, George Clooney, Evan Rachel Wood, Marisa Tomei, Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Max MinghellaJeffrey Wright
Durata: 98?
Produzione: USA, 2011
Distribuzione: 01 Distribution, 16 dicembre 2011

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